Di Brian Wilson e di “Smile”, il disco “fantasma”
che ha visto la luce nel 2004 ben 37 anni dopo essere stato concepito, si
è molto scritto e discusso, non solo sulla stampa specializzata.
Nonostante l’attenzione rivolta anche dai quotidiani, però,
ai più sarà sfuggita l’importanza dell’avvenimento,
probabilmente perché il nome di Brian Wilson e dei Beach Boys resta
indissolubilmente legato agli anni ’60 che oggi sono sinonimo più
o meno di preistoria.
L’uscita di "Smile" è stata una notizia tale
da fare sobbalzare unicamente gli appassionati di musica pop, e non
necessariamente tutti. Passando inosservata a tutti gli altri, la
notizia poco contribuiva alla conoscenza di una vicenda che non è
solo musicale ma anche umana e che contiene tanti e tali elementi
da renderla una storia avvincente più di quanto non lo siano
la maggior parte di quelle concepite per i romanzi o per il cinema.
Non che il cinema (e la letteratura musicale) non si siano mai occupati
di Brian Wilson: la sua storia è già stata raccontata
più o meno fedelmente in un film, (“The Beach Boys”)
che però indugiava sulle vicende parallele dei componenti del
gruppo dei Beach Boys, oscurando la figura di colui che fu il principale
artefice del loro successo. Parte della sua storia, inoltre, è
evocata nelle vicende di un personaggio interpretato da Matt Dillon
in un bel film prodotto da Martin Scorsese, “Grace of My Heart”,
con la licenza di un finale tragico che allontana il riferimento a
Wilson, fino a quel momento abbastanza preciso.
Non basta, quindi, un articolo di giornale, se pure in grande evidenza nelle
pagine degli spettacoli, per trasmettere al grande pubblico la sensazione
che abbiamo ancora tra noi un vero genio, come lo sono stati Mozart o Stanley
Kubrick. Non è una definizione iperbolica. E d’altronde non
c’è bisogno di ascoltare assiduamente Mozart, o comunque conoscerne
l’opera, per sapere che è un genio. E la maggior parte di noi
non comprende appieno la teoria della relatività (a parte la formula),
pur non dubitando che Einstein sia stato un genio.
È venuta l’ora di rendere giustizia a Brian Wilson, a costo
di volgarizzare (talvolta vale la regola per cui il fine giustifica i mezzi)
la sua storia, facendola apparire meno complessa e controversa di quanto
lo sia in realtà. Ci provo io.
Brian Wilson nasce nel 1942 in California. Il talento per la musica si
rivela in tenera età nonostante sia pressoché sordo da un
orecchio e viene incoraggiato dal padre Murry, un piccolo industriale con
velleità di compositore, ma con un carattere dispotico ed autoritario
che sarà una delle cause principali dei futuri problemi cui andrà
incontro Brian. Nel 1961 il successo della “surf music” (variazione
sui temi e sui ritmi del rock’n’roll), che dalla California
si sta allargando al resto degli Stati Uniti, spinge il giovane Brian a
cavalcare l’onda del fenomeno, anche se solo sotto il profilo musicale:
il surf, inteso come pratica sportiva, non lo interessa minimamente eppure
gli offre spunti per scrivere alcuni dei maggiori successi del genere. Insieme
ai fratelli Carl e Dennis, al cugino Mike Love e al compagno di scuola Al
Jardine Brian Wilson forma i Beach Boys. Per un genio del suo calibro, “sfornare”
canzoni pop una dietro l’altra è un gioco da ragazzi: grazie
a “Surfin Usa”, “California Girl”, “I Get
Around”, “Fun Fun Fun”, i Beach Boys in brevissimo tempo
diventano il fenomeno musicale americano più importante dopo Elvis
Presley. Tra i milioni di acquirenti dei dischi dei Beach Boys, però,
non molti sanno che dietro i motivetti irresistibili e le perfette armonie
vocali che sono il marchio inconfondibile dei Beach Boys c’è
quel ragazzo paffutello ed insignificante che risponde al nome di Brian
Wilson. Il grande pubblico, in effetti, tende ad identificare il gruppo
con i più estroversi Mike Love e Al Jardine, ma ciò non sembra
turbare più di tanto il giovane Brian che peraltro sceglie per sé
una posizione pubblica defilata come quella del bassista e che ha buon gioco
a rifiutarsi di affrontare le lunghe tournee attraverso gli Stati Uniti,
per concentrarsi sulla composizione e sul lavoro in sala di registrazione.
Ma c’è dell’altro.
Nel 1965, l’ascolto di “Rubber Soul” dei Beatles aveva
folgorato letteralmente Brian, convincendolo che era arrivato il momento
che anch’egli osasse di più, semplicemente dando libero sfogo
alla sua creatività. L’album dei Beach Boys che inaugura la
nuova fase del gruppo è “Pet Sounds” che, pubblicato
nel 1966, resta da allora saldamente ai primi posti delle classifiche degli
album pop più belli e importanti di tutti i tempi. Il pubblico americano,
per la verità, non riserva alla svolta dei Beach Boys lo stesso entusiasmo
che sta accompagnando l’evoluzione musicale dei Beatles (a loro volta
ammiratori sfrenati e anche un po’ invidiosi di “Pet Sounds”);
l’album ha una migliore accoglienza in Europa, dove pure l’ultimo
successo del gruppo era stata una canzone altamente disimpegnata (e non
firmata da Brian Wilson) come “Barbara Ann” (ba-ba-ba- ba-barb-ren).
I discografici, fino ad allora compiacenti nei confronti del genio del ventiquattrenne
Brian al punto da avergli dato carta bianca per la complessa (e onerosa)
realizzazione di “Pet Sounds”, cominciano a dubitare che tutto
quello che il giovane compositore tocchi diventi oro. A Brian Wilson basta
un colpo, uno solo, per riguadagnarsi la fiducia di tutti: la sua ricerca
di suoni ed armonie iniziata con “Pet Sounds”, trova una straordinaria
sintesi in quello che si rivelerà, alla fine del 1966, il più
grande successo dei Beach Boys, la canzone (pubblicata come singolo) “Good
Vibrations”. Un successo enorme che porta gli echi della psichedelia
fino ad allora prerogativa degli ambienti “underground”, nelle
case di tutto il mondo. Grazie a quella canzone in Inghilterra, più
di un critico si sente di decretare che i Beach Boys hanno surclassato i
Beatles nel primato di più grande gruppo pop. E allora i Beach Boys
vanno a riscuotere i loro crediti in Inghilterra, con una lunga tournee
che li terrà lontano diversi mesi da casa, lasciando che Brian Wilson
affronti da solo la sua opera più ambiziosa e, come vedremo, sfortunata.
Totalmente libero dai freni che potevano inibirlo – la presenza dei
suoi compagni, le pressioni della casa discografica – Brian Wilson
decide di imprimere una spinta ancora più avanzata alla sua ricerca,
compendiandola in una opera che abbia carattere di unicità, rompendo
così gli schemi consolidati che volevano che un album dovesse essere
né più né meno che una raccolta di canzoni, meglio
se pubblicabili anche singolarmente. Per farlo, chiama accanto a sé
un artista, Van Dyke Parks, perché scriva per lui dei testi adatti
a delle musiche totalmente diverse non solo da quelle fino ad allora siglate
dai Beach Boys ma anche da tutta la musica dilagante, Beatles compresi.
La gestazione di “Smile” – come è presto deciso
si debba chiamare l’album – si rivela lunga e difficile, coinvolgendo
una grande quantità di musicisti ed orchestrali costretti ad estenuanti
turni di registrazione cui li sottopone lo stakanovista Brian. Incensato
come genio assoluto della musica pop non tanto dopo “Pet Sounds”
quanto dopo l’exploit di “Good Vibrations”, Brian Wilson
si lascia andare anche ad alcune bizzarrie, come quella di far impiantare
una vera e propria spiaggia di sabbia nel salotto di casa sua e metterci
in mezzo un pianoforte a coda per creare l’atmosfera adatta al suo
furore creativo, quella di far eseguire la partitura del brano “Fire”
facendo indossare ai musicisti degli elmetti da pompiere o quella di installare
una grande tenda da campeggio nella sala di registrazione, sotto la quale
effettuare le riunioni con musicisti e collaboratori (ma più spesso
fumare l’erba al riparo da occhi indiscreti).
Quando i Beach Boys tornano dalla tournee inglese, le registrazioni di “Smile”
sono ben lungi dall’essere completate e l’ascolto delle basi
disponibili lascia alquanto perplessi i componenti del gruppo. Pur incompiuto,
“Smile” appare un’opera troppo sperimentale, sancendo
una rottura decisamente drastica con tutto quello che i Beach Boys avevano
inciso fino a quel momento. Le registrazioni proseguono con l’apporto
di Mike Love e degli altri, ma l’incantesimo si è rotto: ferito
dai giudizi dei suoi sodali, provato dai lunghi mesi di reclusione in studio,
confuso dalle droghe che esaltano le sue insicurezze, sofferente per una
crisi matrimoniale e per il rapporto sempre burrascoso con il padre (già
manager dei Beach Boys, poi licenziato non senza conseguenze) ad un certo
punto Brian Wilson decide di abbandonare “Smile” quando la campagna
di lancio del disco è già partita. Quali siano le ragioni
effettive che spinsero Brian Wilson ad allontanarsi da “Smile”,
è ancora oggi motivo di controversia. Qualcuno sostiene che fu l’ascolto
di “Strawberry Fields Forever” dei Beatles a scoraggiarlo (“Quello
che stavo facendo, lo avevano già fatto loro”, confessò
ad un amico), altri che fu l’uso smodato delle droghe a minarne l’entusiasmo
la creatività e la produttività. Da parte sua, avrebbe dichiarato
molti anni dopo che i motivi della sua resa fu che al cugino Mike Love “Smile”
non piaceva affatto. Fatto sta che Brian Wilson viene colpito ad un esaurimento
nervoso dal quale si rimetterà molti anni dopo e mai completamente.
Alcune delle canzoni di “Smile” finiscono in alcuni degli album
pubblicati dai Beach Boys successivamente (il primo dei quali si intitola
emblematicamente “Smiley Smile”), di altre se ne perde traccia
(il destino dei nastri di “Smile” è un altro dei misteri
che contribuiscono alla leggenda dell’album).
L’ascolto dei brani previsti dalla scaletta di “Smille”
e poi disseminati qua e là nella discografia dei Beach Boys consentono
di farsi un’idea di ciò che avrebbe potuto essere il capolavoro
di Brian Wilson: non un disco gioioso, come poteva fare intuire il titolo
e come lo stesso musicista dichiarava (“Una sinfonia adolescenziale
per Dio” lo ha sempre definito) ma un’opera costantemente velata
di inquietudini, ricca di contrasti, di suoni oscuri e affascinanti, di
accostamenti inusuali tra strumenti a loro volta inusuali in un contesto
pop, di testi inafferrabili, nel complesso sicuramente in anticipo con i
tempi. La sua mancata pubblicazione delude le aspettative non tanto del
pubblico – che difficilmente lo avrebbe “digerito” –
ma di tutti quei musicisti che si dichiaravano ammiratori incondizionati
di Wilson, dai Beatles al loro produttore George Martin, da Eric Clapton
a Keith Moon degli Who fino a Leonard Bernstein che, pur rigettando la maggior
parte della musica pop – non ha potuto non riconoscere l’originalità
della produzione di Brian Wilson.
Dopo la debacle di “Smile” il ruolo di Brian Wilson nei Beach
Boys si ridimensiona per ripristinare una collegialità che consente
al gruppo di produrre ancora ottima musica ma a non ritrovare – almeno
fino alla fine degli anni ’80, quando Brian Wilson si era definitivamente
allontanato dai suoi compagni – il successo degli esordi. Sempre più
depresso, ingrassato, nascosto il volto sofferente dietro una folta barba
e una lunga capigliatura – Brian Wilson scivola lentamente, attraverso
gli anni ’70, in una autoreclusione dal quale emerge raramente, apparendo
talvolta – impaurito, debilitato – in qualche concerto dei Beach
Boys. Per ben due volte, il musicista si sottopone a lunghe cure sotto la
guida dello psicanalista Eugene Landy, messogli accanto dalla famiglia e
dai compagni del gruppo. La diagnosi ufficiale dei medici che lo avevano
visitato, d’altronde, parlano di lui come di “schizofrenico
paranoide” e di “maniaco depressivo”.
La sua risalita inizia oltre vent’anni dopo la sofferta gestazione
incompiuta di “Smile”: nel 1988, nello stesso anno in cui i
suoi ex compagni ritrovano per la prima volta la vetta delle classifiche
americane, Brian Wilson pubblica un album solista che non delude le aspettative
della critica (il pubblico già non sa più chi egli sia stato)
ma che appare ostaggio dello psicanalista Landy, la cui ingerenza nella
sua vita si fa talmente forte da condizionarne anche le scelte musicali,
impedendo tra l’altro che Brian Wilson veda o frequenti i suoi collaboratori
di un tempo. Per dare un esempio significativo della influenza, ad un certo
punto deleteria, che il dottor Eugene Landy ebbe nei confronti di Brian
Wilson, basti pensare che alla metà degli anni ’90 un Tribunale
della California decreta che lo psicanalista non debba avere più
alcun contatto con il musicista.
Ciò accade più o meno nello stesso periodo in cui viene realizzato
un documentario televisivo su Brian Wilson (“I Just Wasn’t Made
For These Times”) e il suo nome torna a circolare con sempre maggiore
insistenza nel mondo musicale. I segnali sono tanti e diversi: la ristampa
su compact disc di tutti gli album dei Beach Boys, la pubblicazione in un
cofanetto di 4 cd delle “sessions” di “Pet Sounds”
(compresa una versione inedita in “stereo” dell’album,
a suo tempo pubblicata in “mono” per volontà di Brian
Wilson che, come si è detto all’inizio, è sordo da un
orecchio). Un gruppo canadese fa di un brano intitolato “Brian Wilson”,
uno dei cavalli di battaglia del proprio repertorio. I giovani (e non) musicisti
lo citano sempre più spesso come punto di riferimento. Una autorità
come Elvis Costello giunge a paragonarlo a Cole Porter e a George Gershwin.
Rinfrancato da tali eventi, nel 1999 Brian Wilson decide di tornare a fare
concerti, con l’ausilio di una band formata da musicisti eccezionali
che riescono a riprodurre fedelmente sia i suoni che le complesse partiture.
Due anni dopo, Wilson porta nei teatri inglesi e americani il disco più
celebre dei Beach Boys, “Pet Sounds” in una versione sinfonica
che rende pienamente giustizia alle suggestioni dell’opera. Quindi,
inaspettatamente, nel 2004 rimette mano a “Smile”, con l’aiuto
di Van Dyke Parks: un lavoro che riporta a galla i fantasmi del passato
(un documentario – uscito in DVD – lo ritrae durante le prove
spesso assente, a volte insofferente) ma che si conclude felicemente, con
un vero e proprio trionfo alla “Prima” londinese (in platea,
tra gli altri, Paul McCartney, Van Dyke Parks in lacrime e fans giunti da
ogni angolo del globo) e la registrazione in studio effettuata a tempo di
record. “Brian Wilson presents Smile”, così si intitola
il disco, è il miglior regalo che il musicista poteva fare ai milioni
di estimatori che egli conta nel mondo e il fatto che non abbia figurato
nelle classifiche dei dischi più venduti è un ulteriore riprova
di quanto sia un prodotto ancora difficile per il pubblico di massa nel
suo orgoglioso – ma non ostentato – sperimentalismo.
È una storia a lieto fine, quella di Brian Wilson, anche se nei
suoi occhi si coglie ancora oggi una non troppo dissimulata apatia, alternata
a momenti di puro panico (lo abbiamo riscontrato direttamente in occasione
di un concerto che ha tenuto a Roma nel luglio scorso). Per chi –
i più, si suppone sempre – non lo abbiano mai visto neppure
in fotografia, non lo si immagini come una rockstar incartapecorita e un
po’ patetica, alla Keith Richards per intenderci. Brian Wilson è
un ragazzone di sessantatre anni, dalle movenze goffe e dai capelli corti
e sempre ben curati.
Il musicista sa ancora divertire e divertirsi (ultimamente ha realizzato
un ottimo disco, al quale hanno partecipato suoi ammiratori della prima
ora come Paul McCartney, Elton John e Eric Clapton) ma l’uomo porterà
per sempre i segni di una esistenza segnata non tanto dagli eccessi di gioventù
quanto dalla lotta per mantenere viva la sua fervida mente e la sua musica.
Una lotta che forse nessuna biografia o film potrà rendere adeguatamente
ma che ne fa un vero eroe dei nostri tempi, protagonista di una grande “storia
americana” che contiamo qualcuno, in un tempo non troppo lontano,
vorrà trovare il desiderio di raccontare per immagini e farla conoscere
più di quanto non lo sia a noi, ancora pochi fortunati.
